UNA DOVEROSA RISPOSTA ALLO SCRITTO DI FRANCO ASTENGO PROPOSTO NEI GIORNI SCORSI SU QUESTO STESSO BLOG
Franco Astengo è un esponente della ‘sinistra diffusa’ savonese: un tempo vicino al collettivo del Manifesto, oggi si trova tra gli animatori locali - insieme con la fu segretaria della federazione di Rifondazione Comunista, la ex ferrandiana Patrizia Turchi - del progetto Ross@, di cui i due personaggi in questione curano il blog Sinistra in Parlamento (http://sinistrainparlamento.blogspot.it).
Nella serata di lunedì sette ottobre ricevo, dalla sua casella di posta elettronica direttamente sul mio blog, “un testo che vuol essere stimolo e proposta, di analisi come di progetto, per lanciare una discussione di livello adeguato, sapendo di muoverci controcorrente: porre le basi per la costruzione di un soggetto politico definito, identitario, anticapitalistico, con radici profonde e rivolto al presente e al futuro, con al centro la riconoscibilità e la rappresentanza della classe e del suo irrinunciabile conflitto”; quella che segue è una risposta, seppur sommaria, alle tesi ivi contenute.
Per prima cosa occorre dire che - come solitamente accade quando a proporla sono personaggi legati alla tradizione della falsa sinistra - l’analisi che viene effettuata all’interno dell’interminabile scritto, pur risultando palesemente inficiata dalla sua natura apertamente vicina al pensiero trotzkista, è piuttosto condivisibile.
Per capire quali siano le basi teoriche su cui si fonda tutto l’impianto del documento, basta leggere l’inizio del paragrafo intitolato “Appunti per una ricerca teorica sull’identità comunista oggi”; qui si descrive il novecento come il “secolo del comunismo e del suo fallimento”: da questo si evincerebbe - come scritto più avanti - che “il fallimento di quella storia ha minato la possibilità che gli ideali a cui proclamava di ispirarsi possano essere considerati validi per tradursi in una loro realtà effettuale”.
Per controbattere a queste
tesi, che appaiono piuttosto azzardate, è il caso di ricordare all’Astengo che
non è certamente il pensiero comunista ad avere avuto una débacle: quanto è
avvenuto ha riguardato piuttosto lo stravolgimento dello stesso - operato da
Nikita Sergeevic Krusciov, i suoi successori, ed i loro accoliti presenti ai
vertici dei partiti revisionisti - come peraltro ammette anche lo stesso
esponente savonese, quando poco dopo è costretto ad ammettere che “rimane però,
e comunque ineludibile, la tensione verso l’eguaglianza e il superamento del
perverso meccanismo di sfruttamento” dell’uomo da parte dei suoi simili.
E’ passando poi dalla teoria alla pratica che si avvertono le distanze siderali
che separano chi scrive da ciò che viene propugnato dallo scritto.
Ritengo profondamente
sbagliato il ragionamento per cui per “fare in modo che donne e uomini
riacquistino coscienza della loro posizione sociale e dei loro compiti proprio
sul terreno della sovrastruttura (l’ambito cioè delle forme di coscienza, delle
visioni del mondo, del come l’esistenza può essere pensata, significata,
interpretata ed elaborata)”, si debba dar vita a quello che, nel preambolo del
documento, si chiarisce debba essere la composizione del “partito consiliare”
che si vorrebbe andare a costituire: “è necessario, inoltre, individuare
figure, movimenti, esperienze non riconducibili soltanto alle forme politiche
che sono risultate egemoni in quel secolo (il novecento, n.d.r.), ma ricercare
anche nel campo dell’alternatività critica”; questa viene identificata, più
avanti, in “un largo campo dell’opposizione, per l’alternativa, per intervenire
nella politica, nella società, nel dibattito culturale, nelle istituzioni” che
però non deve - ed a questo punto mi piacerebbe sapere a chi si intende
rivolgersi - fare “concessioni al movimentismo”, mentre a livello
internazionale deve essere legata a “riferimenti internazionali posti sul piano
più alto nella storia del marxismo al di fuori dei filoni emersi dalla
Rivoluzione d’Ottobre: Luxemburg, Pannekoek e la sinistra socialdemocratica, in
particolare l’austromarxismo e l’elaborazione (torno in Italia) di Panzieri e dei
Quaderni Rossi”.
Questa mia affermazione deriva dalla tenuta in conto di quanto viene enunciato
nel paragrafo dedicato a che tipo di partito si ritiene necessario; qui si
esplicita che “è necessario ricordare ancora il punto che, al riguardo del tema
della ‘forma-partito’ deve essere totalmente innovato: si tratta cioè di
affrontare concretamente la realtà dell’uscita da una condizione storica dove
un vertice istituzionalizzato si è alla fine sovrapposto a una massa
polverizzata, confinata nella sua spontaneità, fino al punto di smarrire
qualsiasi, anche minima, cognizione identitaria: com’è avvenuto, rovinosamente,
nell’esperienza italiana di Rifondazione Comunista”.
Quale sia il mio giudizio sulla tragicomica esperienza di Rifondazione Comunista credo sia sufficientemente noto: il problema è che la forma-partito, così com’è tratteggiata nel documento, appare essere una riproduzione fedele di quel genere di agglomerato informe che ha grandemente contribuito a portare il proletariato a questa situazione di totale subalternità al pensiero dominante.
Se poi si guarda allo spazio dedicato alla questione sindacale, non si può concordare con quanto proposto.
Da un lato, infatti, è indubbio che “serve un sindacato basato sul modello pluralista, con struttura e processi interni democratici, effettivamente rappresentativi della domanda che sale dal mondo del lavoro, in grado di definire e proporre le proprie richieste sulla base di un’attenta analisi di classe ponendosi quale soggetto ‘generale’ rispetto ai grandi temi dei livelli della contrattazione, dei livelli occupazionali, della proposte di investimento pubblico, delle politiche di riqualificazione della forza lavoro”.
Dall’altro ritengo un grosso errore teorizzare che “il Sindacato deve mantenere alto il tiro della conflittualità sociale e porsi, in rapporto con la politica, in una forma di assoluta autonomia, pur nella ricerca delle forme di intreccio più adeguate e coerenti al riguardo delle comuni propensioni, rispetto ai soggetti rappresentative delle istanze di fondo su cui basare la trasformazione del sistema e rappresentare la dimensione di classe”; sono convinto, infatti, che il sindacato debba funzionare da cinghia di trasmissione tra il partito di riferimento e la classe operaia, per fare in modo che sia questa a sviluppare le idee che il partito deve elaborare per poi restituirle in forma compiuta e funzionale al proprio progetto di cambiamento della società.
Genova, 10 ottobre 2013
Stefano Ghio - Proletari Comunisti Genova
http://pennatahgliente.wordpress.com
[Quello qua sotto è il testo originale dello scritto di Astengo. (S.G.)]
Inviato il 07/10/2013 alle 21:04
IL SENSO PROFONDO DELLA CRISI: USCIRE DAL MINORITARISMO, VOLARE ALTO
di Franco Astengo
Da tempo il cono di visuale della politica, anzi della Politica, si è via via
ridotto, sfidando al ribasso persino i concetti di politicismo, di “qui e ora”,
di manicheismo spicciolo.
E’ tempo di tornare ad una visione complessiva, che tenga conto della storia
della sinistra comunista, del contesto storico che si è andato sviluppando sia
a livello nazionale che internazionale, delle gravi omissioni e rinunce ma
anche delle opportunità che possiamo/dobbiamo cogliere.
Con questo spirito pubblichiamo un testo che vuol essere stimolo e proposta, di
analisi come di progetto, per lanciare una discussione di livello adeguato,
sapendo di muoverci controcorrente: porre le basi per la costruzione di un
soggetto politico definito, identitario, anticapitalistico, con radici profonde
e rivolto al presente e al futuro, con al centro la riconoscibilità e la
rappresentanza della classe e del suo irrinunciabile conflitto.
Una proposta rivolta a tutti i soggetti dell’opposizione per l’alternativa con
l’obiettivo di aprire un dibattito di fondo sulle tendenze della crisi, i suoi
riflessi sul sistema politico italiano e le prospettive di una soggettività
comunista, anticapitalista, d’opposizione per l’alternativa all’altezza della qualità
dello scontro.
IL SENSO PROFONDO DELLA CRISI
Il senso profondo della crisi aleggia attorno a noi: per individuarlo basta
guardarci attorno, svolgere inchieste empiriche con il metodo semplice
dell’osservazione.
E’ sufficiente assistere al dramma della disoccupazione, ai suicidi per
povertà, all’arretramento nelle condizioni materiali di vita nel quotidiano,
all’impossibilità del rivolgersi al welfare.
Il senso della crisi sta nei negozi chiusi, negli opifici silenti, dove non
echeggia più il rumore del lavoro, nel ritorno alla “guerra tra i poveri”,
all’odio crescente tra gli apparentemente diversi senza che nessuno sia più
capace di farli riconoscere tra loro eguali nel gran modo degli sfruttati.
Serge Halimi dalle colonne de “Le monde diplomatique ”scrive di “Medioevo
Europeo”. Sì appare proprio un “ritorno al Medioevo” quanto sta accadendo qui
nell’Occidente super sviluppato.
Il senso profondo della crisi lo si avverte nell’assenza del conflitto: ci
giunge lontano l’eco di “piazze ribelli” poi normalizzate dallo stridere lento
sull’asfalto dei cingoli dei carri armati.
Un’eco lontana che non sappiamo raccogliere, rinchiusi qui nella fortezza di
un’economia definita “comportamentale” che ci impone i modelli, gli stili di
vita, i consumi senza dei quali il nostro individualismo non trova altra strada
che annegare nella disperazione.
Il senso profondo della crisi corrisponde all’assenza di un’alternativa,
nell’omologazione delle culture, nel rendere omaggio all’eterna e intangibile
“costituzione del potente”.
“Ribellarsi” potrebbe rappresentare l’imperativo d’obbligo: ma come?
Il senso profondo della crisi ci impone di riscoprire la politica: la politica,
prima di tutto, intesa come ricerca dell’appartenenza alla propria condizione
materiale, la politica come studio della situazione umana, dal singolo al
collettivo, per cercare, proporre, imporre soluzioni, la politica come sede di
rappresentanza degli interessi e dei conflitti.
Le grandi masse dei diseredati, colpiti dall’eterno ma mai eguale massacro capitalista
sono chiamate a lottare per ritrovare perché la scienza, la volontà, la forza
di organizzarsi per resistere e cambiare profondamente questa società: pietra
su pietra come si scriveva un tempo.
APPUNTO PER UNA RICERCA TEORICA SULL’IDENTITA’ COMUNISTA OGGI
Il ‘900 secolo del comunismo e del suo fallimento.
La somma di queste due affermazioni ha prodotto, assieme a molte altre
conseguenze, la cancellazione di persone, movimenti, concezioni senza le quali
la comprensione del nostro passato è impossibile o fortemente ridotta.
La loro eliminazione o stravolgimento (come si sta tentando di fare, in Italia,
con il pensiero gramsciano) sono stati parte costitutiva del programma dei
vincitori, anche e spesso appartenenti alla loro stessa parte politica.
Il primo obiettivo da perseguire, nell’idea di aprire un filone di ricerca
teorica su di una possibile identità comunista, finalizzata a funzionare da
retroterra ideale e culturale per un’azione politica diretta e alla
ricostituzione di un partito comunista collocato all’altezza delle
contraddizioni dell’oggi, deve quindi essere di carattere storico e
storiografico.
La tesi di fondo da portare avanti deve essere quella che le idee e le
esperienze prese in esame non rivestano, in questa fase, un interesse unicamente
storico, ma rappresentino punti di riferimento per il presente e il futuro.
Rispetto alla storia del ‘900 è necessario, inoltre, individuare figure,
movimenti, esperienze non riconducibili soltanto alle forme politiche che sono
risultate egemoni in quel secolo, ma ricercare anche nel campo
dell’alternatività critica.
Una prima obiezione all’impostazione di questa breve nota la si potrebbe
sollevare in merito al carattere eurocentrico del criterio adottato.
In effetti, al di fuori dell’Europa e dell’Occidente, la prospettiva e il
concetto di comunismo sono apparsi, fin qui, molto diversi, a partire dalla
centralità del colonialismo e della lotta contro di esso.
In tutti i contesti extraeuropei, la critica al capitalismo è stata
inestricabilmente connessa all’anticolonialismo e all’antirazzismo, alla
centralità del confronto tra civiltà e culture “ altre” rispetto al modello
occidentale.
La fase della marginalizzazione dell’Europa ha però coinciso, di fatto, con
l’inaridirsi delle fonti dell’immaginazione politica e del pensiero critico,
esaltando il fenomeno negativo della concentrazione sul presente assoluto
dell’economia e del consumo.
Non a caso l’Europa spaccata a metà per effetto della guerra aveva saputo
esprimere un ricco panorama di movimenti e figure riconducibili al “pensiero
critico” mentre, al contrario, l’Europa unificata dopo il crollo dell’89 è
apparsa fin qui effettivamente in preda allo smarrimento se non alla
regressione, al punto che la democrazia sta perdendo di significato ed è messa
sotto scacco da istanze post ideologiche che hanno assunto l’esistente come
stato di natura prodotto dal movimento incontrollabile della tecnica.
Se è vero che le critiche al capitalismo, compresi i suoi approdi
liberal-democratici, erano un tempo, lungo i decenni del ‘900, molto diffuse ma
pochi sapevano sottrarsi alle sirene degli opposti totalitarismi, nei tempi più
recenti e a “cose avvenute”, si sono moltiplicati i critici dei totalitarismi,
in particolare e quasi esclusivamente a sinistra.
Critici dei totalitarismi partiti “da sinistra” e approdati, nella generalità
dei casi, a un liberalismo che non maschera l’adesione incondizionata al
capitalismo.
La tentazione della marginalità e del settarismo manicheo, da parte di questi
soggetti “convertiti”, è risultata immediatamente evidente, con il rischio di
riprodurre, fuori dal loro tempo, insensate e grottesche scomuniche dal sapore
antico.
Dal nostro punto di vista dobbiamo combattere, primo di tutto, la tentazione di
abituarsi a vivere, o meglio a galleggiare, in un presente senza spessore,
ovvero a rincorrere un futuro inafferrabile.
Si tratta di rendere evidente, non appena si esca dal sonno della ragione
indotto artificialmente dai media, come le vecchie ed eterne questioni tornino
d’attualità e i conti debbano essere fatti con il tentativo di tradurre in
politica e nella realtà sociale, i valori della modernità.
Nella paralisi dell’azione politica, nella mancanza d’immaginazione e di
prospettive o, detto in altri termini, nel consolidamento di un atteggiamento
“astorico”, si finisce con l’esprimere sia la perdita del valoro fondativo del
rapporto con il passato sia la rinuncia a pensare al futuro come storia da
costruire da parte di tutti e di ognuno.
Una vera e propria “sindrome del declino”, cui fa da controcanto il moto
automatico dell’innovazione tecnologica e della circolazione del denaro.
Ci viene così restituita una diversa e più fondata formulazione della
riflessione tutt’altro che superficiale sulla “fine della storia” come effetto
indotto dalla fine del comunismo.
Si possono facilmente trovare riscontri empirici a tali considerazioni.
Basti pensare a com’è stata affrontata la crisi in atto sul piano economico –
finanziario: ogni sforzo e aspettativa è stato indirizzato alla restaurazione
degli stessi meccanismi che hanno prodotto la crisi; in alto e in basso la
speranza è quella di tornare al più presto alla cosiddetta “normalità”, alla
condizione ritenuta “naturale” di funzionamento della vita e dell’economia,
sancendo l’intoccabilità di uno “stato di natura” che peraltro sta producendo
ogni sorta di oggettivi disastri e risospingendo in una situazione di vera e
propria “minorità sociale” milioni e milioni di persone, in tutto il mondo.
Qualsiasi ipotesi di cambiamento e di apertura sul futuro viene respinta, come
se questo tragico esistente coincidesse con il migliore dei mondi possibili:
l’unico, comunque, che ci sia dato e che non può essere modificato.
L’ideale non dovrà mai più mutare il “reale”.
Nondimeno si vive in preda a paure crescenti, la cui amministrazione e
somministrazione assorbe gli sforzi della politica e dei media.
Il fatto che siano in gran parte paure immaginarie conferma e radicalizza la
sindrome della paralisi, il venir meno della possibilità di esperienze
fondative e innovative.
Da più parti, con evidente soddisfazione, si è sottolineato che il crollo del
comunismo realizzato non ha veramente inaugurato, come nelle tesi di Fukuyama,
Von Hajek, Huntington, l’epoca della fine della storia: peraltro, dobbiamo
prenderne atto, non ha nemmeno aperto nuove prospettive.
Di sicuro non sono stati compiuti passi avanti significativi verso la
costruzione di un assetto internazionale capace di rendere antiquata la guerra,
semmai il contrario: essa viene perpetuata, come in Iraq, in Afghanistan,
Africa, pur risultando manifestamente insensata e priva di efficacia.
Né la consapevolezza dal basso, nella coscienza dei singoli, della comune
umanità sembra in grado di progredire.
Su questo sfondo la democrazia e i diritti umani, le armi ideali utilizzate
nella lotta contro il comunismo sovietico hanno perso di efficacia, subendo un
evidente processo di strumentalizzazione, come emerge dalle politiche portate
avanti dagli USA, in particolare dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11
settembre 2001.
Il moltiplicarsi degli indicatori di regresso, sia registrando i dati
strutturali nella distribuzione della povertà e della ricchezza su scala
mondiale e all’interno dei singoli paesi, sia valutando il grado crescente
d’insoddisfazione in ogni ambiente sociale, sia considerando la mancanza di
prospettive e di certezze per le generazioni più giovani, tutto ciò sta
portando a una revisione del giudizio al riguardo delle grandi temperie del
‘900.
La questione della democrazia
Circola una tesi: con il venir meno del polo comunista, il capitalismo ha
potuto dare libero corso ai suoi “spiriti animali” distruggendo il Welfare
State.
La verità è che la vicenda novecentesca, imperniata sull’esperimento russo –
sovietico, è stata dominata da una colossale e ancora incompresa eterogenesi
dei fini, rispetto alla quale l’analisi e il giudizio storico – teorico debbono
essere approfonditi in più direzioni: quel che è certo è che il fallimento di
quella storia ha minato la possibilità che gli ideali a cui proclamava di ispirarsi
possano essere considerati validi per tradursi in una loro realtà effettuale.
Rimane però e comunque ineludibile la tensione verso l’eguaglianza e il
superamento del perverso meccanismo di sfruttamento.
Si tratta, allora, di riattivare una memoria culturale a cui attingere per
affrontare vecchie e nuove sfide, cercando di riconoscere prima e di superare
poi la frattura che si è storicamente determinata.
Rimane tutta intera la questione della democrazia: il crollo del comunismo
sovietico ha formalmente moltiplicato il numero degli Stati retti secondo le
regole della democrazia e l’allargamento dell’Unione Europea è apparso come una
formale dimostrazione di questo fenomeno.
Ciò è avvenuto e sta avvenendo, però, in un’epoca in cui lo stato della
democrazia nei paesi occidentali, e un po’ in tutto il mondo, è deludente se
non pessimo: al punto che molti si stanno ingegnando per trovare soluzioni che
ne possano conservare una qualche versione minimale, una sorta di simulacro,
tenuta in vita per comodità delle forze stesse che hanno contribuito a
svuotarle e ridicolizzarla.
Quello che sta avvenendo, al di là di diagnosi più o meno pessimistiche, sembra
confermare che non solo il comunismo, ma anche il capitalismo, senza più
oppositori ufficiali non costituisce un ambiente adatto per la vita della
democrazia.
Ed è proprio sul terreno della democrazia, all’interno della società piuttosto
che delle istituzioni che si è rimessa in movimento una pluralità di soggetti
interessati alla sua realizzazione, ai destini della cosa pubblica, della polis
o almeno del territorio, con rischi evidenti di frammentazione, nonostante
l’utilizzo sempre più massiccio della Rete che molti, in un primo tempo,
avevano scambiato come uno strumento riunificante e aggregante.
Per queste esperienze (ad esempio: in Italia quella rivolta al tema dei
cosiddetti “beni comuni”) il tema deve essere quello di non limitarsi a
rappresentare una sorta di “agenzia di servizio”, bensì quello dalla capacità
di recuperare in pieno il terreno dell’universalismo con quel che ne consegue
sul piano degli obiettivi politici, muovendosi per spezzare le dinamiche
regressive sviluppatesi nel corso degli ultimi 20 anni.
Su questo terreno i deboli movimenti emersi sullo sfondo della globalizzazione
andrebbero richiamati a trovare la capacità di ricollegarsi direttamente alla
tradizione principale della sinistra entrando anche nel merito delle istanze
complessive di carattere economico – sociale.
Su questo terreno le istanze democratico – universalistiche hanno subito colpi
terribili per quanto concerne la condizione e la forza dei lavoratori, al punto
che la contraddizione rappresentata dallo sfruttamento del lavoro vivo appare
interamente subordinata al capitale e le lotte appaiono possibili soltanto su
di un terreno difensivo.
Lotte difensive che si svolgono entro limiti sempre più ristretti, senza
mascherare comportamenti e scelte politiche arretrate o apertamente
reazionarie, quasi a sanzionare una subalternità insuperabile, accettata e
difesa a scapito di chi sta ancora peggio, gli autentici proletari della nostra
epoca (tutta la vicenda relativa a questa fase, nell’Unione Europea, al
riguardo dei Paesi del Sud del vecchio continente, in particolare di Cipro,
Grecia, Portogallo appare come la testimonianza più autorevole dello stato di
cose appena descritto).
Nondimeno una ricomposizione del mondo del lavoro non è inimmaginabile.
ANALISI DELLA CRISI E RICOMPOSIZIONE DEL MONDO DEL LAVORO
Nel passato pure si sono verificate fasi di grande sconfitta e di smarrimento,
seguite da cicli di ripresa del protagonismo operaio che, oggi, o meglio
domani, potrebbe rinascere sotto forma di un’aggregazione di tipo
transnazionale in cui confluiscano sia lavoratori manuali, sia cognitivi, sia
uomini, sia donne.
Si intende, così, sottolineare la forza di una tradizione e di un’eredità
pratico – teorica duramente colpita dal crollo del comunismo sovietico e dal
trionfo del capitalismo globalizzato e molecolare, ma tutt’altro che
cancellata, anche perché il capitalismo piuttosto che mantenere le sue
promesse, sta confermando antiche diagnosi, troppo frettolosamente considerate
antiquate.
La vera debolezza della sinistra, la sua inadeguatezza pratica e teorica
consiste, piuttosto, nell’incapacità di fare i conti con la sua storia e di tematizzare
gli esiti sempre più problematici dell’industrialismo.
Si tratta di lavorare per costruire un intreccio, prima di tutto teorico, tra
la realtà esistente e imperante della “contraddizione principale” e la
necessità di operare una discontinuità, prendendo coscienza della crisi del
concetto di illimitatezza dello sviluppo, della totale sottomissione della
natura, dell’artificializzazione integrale del mondo, della consapevolezza che
la liberazione dal dolore e dall’oppressione dei costumi non rappresenta la
realizzazione del progetto emancipativo della modernità, ma la sua riduzione a
puro immaginario, subalterno al consumismo individualistico e al dominio della
tecnica.
La politica odierna oscilla, così, tra l’adesione incondizionata all’esistente
che non permette mai di uscire mai dall’occasionalismo, dalla ricerca
spasmodica di un consenso che non serve a nulla, perché nulla non ha da
proporre oltre allo spettacolo che la politica intesa in questa dimensione
offre di sé stessa.
Ripartire dalle basi teoriche fin qui indicate significa prima di tutto
interrogarsi sulla grande crisi in atto: la più significativa dagli anni ’30
del secolo scorso.
Essa proviene, con tutta evidenza, dall’intrecciarsi della frammentazione del
lavoro e dalla finanziarizzazione dell’economia.
La svolta monetarista degli anni’80 ha dato il via a una ristrutturazione che
ha precarizzato il lavoro, quale che fosse la sua condizione normativa, e
ridotto la quota di salari.
La conseguente spinta alla crisi da sovraproduzione di merci è stata tamponata,
soprattutto nell’ultimo ventennio, da una crescita del debito concentrata tra
finanza e famiglie.
In particolare ha giocato un ruolo importante quello che può essere definita
una “sussunzione reale del lavoro alla finanza”.
Grazie all’istituzione di un capitalismo dei fondi pensione, e più in generale,
dei fondi istituzionali, i risparmi dei lavoratori, gestiti dai “money manager”
si sono riversati nei mercati finanziari prima, e nei mercati immobiliari poi,
dando il via a bolle speculative facilitate e spesso riprodotte da un’originale
politica monetaria, molto attiva.
Queste bolle, a loro volta, hanno fatto sì che i risparmiatori, entrati in una
“fase maniacale” si trasformassero in consumatori sempre più indebitati in
forza di quello che gli economisti chiamano “effetto ricchezza”.
Giocava il suo ruolo la compressione del reddito da salario, e l’illusione che
potesse essere compensata con il reddito da rendita finanziaria.
Un processo che spiega la dinamicità del capitalismo dalla metà degli anni’90
in avanti, ma anche la sua insostenibilità e l’ineluttabilità della sua crisi.
E’ chiaro che nella sequenza appena delineata l’origine può essere ricercata in
una spinta alla stagnazione che proviene dall’emergere di un’insufficienza
della domanda effettiva.
Altrettanto evidente è che si deve tener conto dell’evoluzione della finanza
nel configurare i termini della risposta capitalistica alla crisi, e le nuove
forme presa da quest’ultima, sulla base dell’inedita configurazione del
capitalismo, come “capitalismo monetario”.
Per quanto riguarda il lavoro è prevalsa la tendenza “depressiva”, mentre
rispetto al piccolo capitale, sarebbe meglio dire, della dimensione delle unità
produttive capitalistiche, (il luogo dove avrebbe dovuto costituirsi l’avanguardia
del progresso tecnico) è prevalsa la linea di un sempre maggiore “snellimento”
delle imprese, tra concentrazioni e delocalizzazioni.
I due fenomeni della trasposizione concreta del lavoro verso la finanza e della
frammentazione del lavoro nella produzione, sono strettamente legati.
Il capitalismo che abbiamo di fronte è sempre più un capitalismo “organizzato”.
Esso però è sempre meno legato alla pura e semplice crescita della dimensione
d’impresa.
Anche per questo motivo il capitalismo produce sempre meno un’omogeneizzazione
della condizione “concreta” del lavoro dentro la produzione.
Insomma abbiamo di fronte quella che è stata definita da Riccardo Bellofiore
una “centralizzazione senza concentrazione”, e quest’ultima è stata determinata
anche, se non soprattutto, dalla “governance” corporativa voluta dai fondi
istituzionali.
Tutto ciò ha dato ragione a un’antica previsione avanzata, a suo tempo, da Rosa
Luxemburg: anziché rendere più stabile il capitalismo ha aggravato la tendenza
di lungo periodo alla crisi.
Una situazione che richiede, per essere affrontata adeguatamente,
l’elaborazione di una linea di sviluppo creativo.
LA FUNZIONE DELL’IDEOLOGIA
Una linea di alternativa e di uscita dall’accettazione totale dell’esistente,
non può che essere portata avanti, in queste condizioni, anziché dalla mera
elaborazione di un programma economico, da una reinterpretazione del concetto e
della funzione dell’ideologia.
La funzione dell’ideologia, come nell’accezione gramsciana deve essere
sottratta al pericolo di un’interpretazione meccanicista e volgare, nella quale
la sovrastruttura è ridotta a mera conseguenza dell’effetto della struttura.
L’ideologia va così restituita al suo significato positivo di componente, essa
stessa strutturale e indispensabile, dell’agire storico.
Perché senza la funzione strutturale dei convincimenti non si possono
comprendere le relazioni e i conflitti tra i ceti e le classi, che se muovono
da una causa materiale ed economica, hanno sempre una traduzione e
un’elaborazione ideale / ideologica (come è accaduta, del resto, con la grande
ondata liberista partita dal mondo anglosassone alla fine degli anni’70).
E’ il caso di recuperare una citazione: dai “Quaderni dal carcere” (volume III
dell’edizione del 1975, Editori Riuniti, curata da Valentino Gerratana): “La
tesi secondo cui gli uomini acquistano coscienza dei conflitti fondamentali sul
terreno delle ideologie non è di carattere psicologico o moralistico, ma ha un
carattere organico gnoseologico” (ovverosia derivante da una vera e propria
“teoria della conoscenza”).
L’obiettivo, per contrastare la deriva del capitalismo della “concentrazione
senza centralizzazione” deve essere allora, proprio sulla base di quanto fin
qui sostenuto, quello della costruzione di un “blocco storico” (fatto ben
diverso dalla costruzione di un semplice “blocco sociale”).
E’ necessario fare in modo che donne e uomini riacquistino coscienza della loro
posizione sociale e dei loro compiti proprio sul terreno della sovrastruttura
(l’ambito cioè delle forme di coscienza, delle visioni del mondo, del come
l’esistenza può essere pensata, significata, interpretata ed elaborata).
Tutto questo ha bisogno, per essere interpretato dai soggetti sociali, di un
adeguato luogo politico che può e deve essere ancora denominato come “Partito”.
UNA PROPOSTA DI “PARTITO CONSILIARE”
Un Partito non può essere concepito come un piccolo nucleo cui si affida il
compito di preparare e dirigere la lotta mentre le “vaste masse popolari”
occupano semplicemente gli spazi sociali disponibili.
Un Partito non può risultare estraneo alla quotidianità di quell’intreccio
struttura e sovrastruttura cui si è accennato ma neanche immerso
nell’istituzionalizzazione della battaglia politica come potrebbe avvenire oggi
per un partito a integrazione di massa di matrice socialdemocratica,
strutturato sul modello dei “cerchi concentrici” secondo l’elaborazione di
Maurice Duverger.
Un Partito comunista, anticapitalista, di opposizione per l’alternativa oggi
può e deve essere fondato su alcuni punti di forte innovazione, al riguardo
della pratica politica appartenuta alla nostra tradizione.
La proposta specifica di un rinnovamento reale nella “forma partito” dei
comunisti può quindi configurarsi come proposta di un “partito consiliare”.
Un partito consiliare da intendersi non come mediazione fra le diverse realtà
esistenti, ma come indicazione di un vero e proprio punto d’innovazione tra la
crisi del partito inteso come tale e il compiuto scivolamento nel meccanismo
perverso dell’americanizzazione della politica.
Sulla base di questa valutazione e di queste analisi vanno individuate, anche
nel campo specifico dell’organizzazione, alcune coordinate interpretative della
realtà, capaci di definire una prima risposta ai problemi fin qui indicati,
evitando di mistificarli o di banalizzarli. La proposta di partito consiliare
prevede tre discriminanti specifiche:
a) Una dialettica forte e permanente tra il partito, considerato una parzialità
tendente alla sintesi e i movimenti di massa;
b) Una dialettica forte e permanente tra il Partito e lo Stato: assumendo per
intero il dato del deperimento del concetto di “Stato – Nazione” e
dell’emergere, non soltanto sul piano europeo, di realtà insieme transnazionali
e sovranazionali;
c) Un nuovo rapporto tra specialismo e politica, tentando di realizzare una
forte verticalizzazione nella capacità elaborativa delle sedi politiche;
In conclusione è necessario ricordare ancora il punto che, al riguardo del tema
della “forma-partito” deve essere totalmente innovato: si tratta cioè di
affrontare concretamente la realtà dell’uscita da una condizione storica dove
un vertice istituzionalizzato si è alla fine sovrapposto a una massa
polverizzata, confinata nella sua spontaneità, fino al punto di smarrire
qualsiasi, anche minima, cognizione identitaria: com’è avvenuto, rovinosamente,
nell’esperienza italiana di Rifondazione Comunista.
I ritardi di cultura politica, con i quali ci troviamo da tempo a dover fare i
conti, derivano in gran parte da questo tipo di situazione perpetuatasi nel tempo.
IL RUOLO DEI MOVIMENTI DI MASSA
La fase che stiamo vivendo, sul piano storico, pare essere contrassegnata da
una sorta di “conflitto permanente” tra i movimenti di massa e le forme
strutturate d’iniziativa e partecipazione politica come i partiti, con momenti
d’intreccio, sovrapposizione, trasposizione di ruoli spesso fonte di
fraintendimenti ed equivoci tali da sgomentare le grandi masse, all’interno
delle quali spuntano consistenti elementi di sfiducia o disaffezione a cui si
contrappongono momenti molto alti di mobilitazione in forma collettiva, come
sta accadendo in questo momento in diverse parti del mondo, ovviamente con
diversi obiettivi, specificità d’iniziativa, contesto sociale e politico.
All’interno di una discussione sulle forme della politica che pure dovrà essere
portata avanti nel senso di una vera e propria “riprogettazione” sarà allora il
caso di fissare alcuni punti di fondo, si direbbe quasi “fondamentali” al
riguardo delle linee di sviluppo teorico dell’analisi politica relativa ai
movimenti di massa.
Come possono essere considerati, allora, i “movimenti”?
In primo luogo i “movimenti” possono essere considerati come una rete di
relazioni informali tra una pluralità di individui e gruppi, più o meno
strutturati dal punto di vista organizzativo.
Se i partiti o i gruppi di pressione hanno confini organizzativi abbastanza
precisi, essendo l’appartenenza sancita da una tessera di iscrizione (che,
adesso, può anche essere acquisita “on line”) a una specifica organizzazione, i
movimenti sono invece composti di reticoli dispersi e debolmente connessi di
individui che si sentono parte di uno sforzo collettivo.
Sebbene esistano organizzazioni che fanno riferimento ai movimenti, i movimenti
non sono organizzazioni, ma piuttosto reti di relazioni tra attori diversi, che
spesso includono, a seconda delle condizioni, anche organizzazioni dotate di
struttura formale (ad esempio, come accaduto all’interno del “Genoa Social
Forum” all’epoca del G8 2001).
Un tratto peculiare dei movimenti è, infatti, il poterne far parte, sentendosi
quindi coinvolti in uno sforzo collettivo, senza dover automaticamente aderire
a una qualche organizzazione.
Queste reti di relazione assolvono la fondamentale funzione di permettere la
circolazione delle risorse necessarie per l’azione collettiva, favorendo
l’elaborazione di nuove interpretazioni della realtà.
Esse vengono considerate come costituenti un “movimento sociale” nella misura
in cui i loro membri condividono un “sistema di credenze” (definizione da
Donatella Della Porta – introduzione alla Scienza Politica – il Mulino 2002)
nutrendo nuove solidarietà e identificazioni collettive.
Caratteristica dei movimenti è, infatti, l’elaborazione di visioni del mondo e
sistemi di valori alternativi rispetto a quelli dominanti.
I movimenti contribuiscono al formarsi di un vocabolario e all’emergere di idee
e opportunità di azione che, in passato, erano sconosciute o persino
inconcepibili (si pensi agli “indignados” spagnoli, o al movimento americano di
“Occupy Wall Street”).
Per questo i movimenti sono considerati i protagonisti del mutamento sociale.
I valori emergenti sono poi alla base delle definizione dei conflitti attorno
ai quali gli attori si mobilitano.
In particolare dagli anni’70 del secolo scorso si è imposta l’esigenza, a
livello teorico e di azione concreta sul campo, di un intreccio tra la
centralità del conflitto capitale/lavoro e le rilevanze di diversi criteri di
stratificazione sociale, in particolare generazionali e di generi, mutando i
termini complessivi della contrapposizione sociale “classica” tra una classe
popolare e una classe superiore che si erano contrapposte all’interno della
società industriale, come era già avvenuto in quelle agrarie e mercantili.
Differenza di genere, difesa dell’ambiente naturale, convivenza tra diverse
culture hanno rappresentato i temi sui quali sono sviluppati nuovi movimenti
che hanno assunto, rapidamente, rilevanza globale.
Si è così cercato di organizzare questa nuova qualità di proposta dei movimenti
attraverso un modello di tipo pluralista: un sistema, cioè, di rappresentanza
degli interessi con associazioni multiple, volontarie, concorrenti, non
gerarchiche e non necessariamente differenziate secondo criteri funzionali.
Questo sistema pluralista è poi rapidamente “scivolato” (a partire dai paesi a
più alto tasso di protezione sociale da parte dello Stato, come ad esempio nel
Nord Europa) in un modello definito “neocorporativo”.
Il modello neocorporativo moderno, detto anche corporativismo liberale o
societario è, infatti, un sistema di rappresentanza degli interessi in cui le
unità costitutive, come è stato appena ricordato, sono singole, caratterizzate
da un sistema di relazioni poco sviluppato, con una struttura organizzativa
frammentata, che deve fare forte affidamento sulla sua base, e ha quindi
difficoltà a sviluppare programmi di lungo periodo.
Va indicata subito, senza esitazioni una collocazione del Sindacato fuori
dall’ambito del modello neocorporativo della concertazione e della
“triangolazione di interessi”: serve un sindacato basato sul modello
pluralista, con struttura e processi interni democratici, effettivamente
rappresentativi della domanda che sale dal mondo del lavoro, in grado di
definire e proporre le proprie richieste sulla base di un’attenta analisi di classe
ponendosi quale soggetto “generale” rispetto ai grandi temi dei livelli della
contrattazione, dei livelli occupazionali, della proposte di investimento
pubblico, delle politiche di riqualificazione della forza lavoro.
Il Sindacato deve mantenere alto il tiro della conflittualità sociale e porsi,
in rapporto, con la politica in una forma di assoluta autonomia pur nella
ricerca delle forme di intreccio più adeguate e coerenti al riguardo delle
comuni propensioni, rispetto ai soggetti rappresentative delle istanze di fondo
su cui basare la trasformazione del sistema e rappresentare la dimensione di
classe.
Il tema dell’“autonomia del politico” e quella dell’“autonomia del sociale”
deve essere affrontato, al riguardo della realtà del Sindacato, come la ricerca
di un necessario punto di saldatura perché al Sindacato non sia assegnato,
sempre e comunque, un ruolo subalterno dicendo di no al ripiegamento e al
rifugio nella “parzialità”.
La logica dei movimenti strutturati su “single issue” conduce a due esiti dal
punto di vista della dinamica di confronto sociale e politico: quello del
lobbyng e quello della ricerca della concertazione, attraverso il meccanismo
della consultazione degli interessi organizzati da parte delle istituzioni
pubbliche e una loro partecipazione alle decisioni.
Si tratta, per rimanere all’interno dei confini del “caso italiano”, del
modello che si potrebbe definire dei “beni comuni” (portato avanti,
essenzialmente, attraverso la logica referendaria, oppure dell’offerta alle
istituzioni di “agenzie di servizi” utili per elaborare proposte e progetti
attorno a temi specifici, da offrire poi alla mediazione istituzionale da
realizzarsi attraverso canali di presunta “democrazia diretta” e/o
referendari).
Insomma: qualcosa di molto lontano dalla prospettiva di un’elaborazione e di
una pratica di massa tendente a una trasformazione complessiva del sistema.
Sullo sfondo l’ipotesi di grandi compromessi tra i gruppi focalizzati su temi
legati alla produzione e gruppi legati ai consumi: come sta avvenendo del
resto, in tante realtà, sui temi di carattere ambientale e di conflitto tra
industria, ambiente, difesa della salute.
In ogni caso si tratta di un modello che pone in evidenza la necessità di
ridurre da parte delle istituzioni ,l’eccesso di domande frammentate e
contraddittorie: in assenza di una capacità di sintesi alternativa l’ipotesi è
quella della riduzione del rapporto tra politica e società: una riduzione di
rapporto che equivale a un restringimento nei margini di agibilità democratica
(presidenzialismo, ruolo del governo, leggi elettorali maggioritarie, elezione
diretta delle cariche monocratiche, ecc.), con l’obiettivo di emarginare sempre
di più i gruppi non dotati di potere di ricatto economico (disoccupati,
studenti, consumatori, ecc.).
E’ evidente che il solo antidoto a questo processo di vera e propria
degenerazione della democrazia, che si avvale ovviamente anche dell’utilizzo
dei meccanismi di innovazione tecnologica sul piano della comunicazione, del
processo di spettacolarizzazione della politica, dell’eccesso di individualismo
e di personalizzazione, è quello della ripresentazione sulla scena del
conflitto sociale delle grandi sintesi del cambiamento, dei grandi progetti
complessivi di trasformazione politica e sociale.
E’ un tema novecentesco che si ripropone per intero in quest’avvio di
millennio, ed è il tema della strutturazione politica, dei partiti, cui è già
stato dedicato spazio in questo testo, attraverso l’elaborazione di una precisa
proposta politica di “partito consiliare”
UNO SGUARDO AL “CASO ITALIANO”
Quanto durerà il governo Letta? Considerate le forti fibrillazioni alle quali è
sottoposto, per diversi motivi, l’intero sistema politico italiano, la domanda
appare più che legittima e i pronostici quanto mai difficili e occorre cercare
una risposta che si collochi ben oltre all’attualità contraddistinta dalla
valutazione della situazione giudiziaria di Silvio Berlusconi.
Eppure non si tratta della domanda giusta che, invece, dovrebbe essere
riformulata in questo modo: quali prospettive ha il “modello” di cultura
politica cui s’ispira il governo Letta, in una visione di cambiamento del
sistema?
In questo caso la risposta può risultare sufficientemente precisa: altissime
probabilità di affermazione, almeno nel medio periodo.
Anche perché si tratta di un modello che si è ormai insediato nella mentalità
di gran parte degli operatori politici ed ha già avuto una sua prima
sperimentazione (sia pure di diversa intensità e qualità) con il governo Monti:
il modello che Ilvo Diamanti ha definito “democrazia degli ottimati”.
Qualcuno obietterà tirando in ballo la presunta debolezza di questo tipo di
governo: ebbene sarà facile rispondere che proprio questa debolezza (e la
tattica del rinvio assunta come metodo) rappresentano un vero e proprio punto
di forza, con una sua ragione fondamentale: l’impossibilità di un’espressione
bipolare del sistema italiano a livello centrale (come invece è possibile a
livello locale). L’affermazione, nel medio periodo irreversibile, di una nuova
forma di “pluralismo polarizzato” (derivante anche dall’adozione di un certo
tipo di sistema elettorale, che non potrà essere modificato nel senso del
ritorno – appunto – a una possibilità di offerta politica “bipolare”)
rappresenta una sorta di “camicia di Nesso” che imprigiona gli attori politici
presenti nella nostra arena, costringendoli in una qualche misura ad assumere
gli atteggiamenti cui stiamo assistendo proprio sul terreno di quelle che sono
state definite “larghe intese”.
Esistono però motivazioni molto più profonde, poste proprio nel campo di
un’espressione di cultura politica, che rendono e renderanno stabile questo
incontro “al centro” tra i due “storici” competitor della fase apparentemente
bipolare sviluppatasi nel primo decennio del 2000 .
Motivazioni che risiedono nell’evidente emergere di un vero e proprio dato di
omogeneità culturale, almeno tra il “grosso” del notabilitato già di
centrosinistra e del suo omologo già di centrodestra (tanto per usare una
datata toponomastica politica e rendere, così, più intellegibile il discorso
all’esterno).
Sul piano della dinamica di periodo saranno due i punti sui quali si
verificherà questa espressione di omogeneità nel tentativo, considerata
presumibilmente l’eventualità dell’uscita di scena del “protagonista storico”
del periodo che è trascorso dal 1994 a oggi, di chiudere l’infinita
“transizione italiana”:
1) Il mutamento della forma di governo e l’adozione del presidenzialismo (in
quale formato si vedrà: al momento sembra favorito il modello francese, al riguardo
del quale però dovranno essere svolte ancora accurate riflessioni). Il
presidenzialismo sembra proprio essere ritenuto quel punto di cultura politica
che può suggellare quel dato di omogeneità cui si faceva già ampio cenno e la
forma di governo più adatta alla fase storica, sulla base della quale costruire
un nuovo regime (nell’accezione piena, non semplicemente dispregiativa) del
termine. Ciò per almeno tre motivi: il primo quello della previsione
dell’insorgere di una fase d’intense turbolenze sociali (prive del resto,
pressoché completamente, di referenti politici: anche per scelta delle stesse
più importanti espressioni di movimento che appaiono essere in grado di
provocare le più forti insorgenze) che dovranno essere affrontate con una dose
ulteriore di autoritarismo al di là dei meccanismi repressivi già in atto.
Autoritarismo che può trovare una sua fonte di legittimazione soltanto
dall’espressione di un potere di tipo monocratico; il secondo motivo è quello
della suffragazione definitiva della personalizzazione e dell’individualismo
competitivo (che il PD, partito di pieno regime correntizio, ha ritenuto
istituzionalizzare attraverso il ricorso alle “primarie” in una misura
pressoché generalizzata, sia per le cariche elettive, sia per quelle di partito).
Personalizzazione e “individualismo competitivo” rappresentano il fondamento di
questa comune cultura di governo, tra le espressioni di quelli che dovrebbero
essere diversi schieramenti; il terzo motivo è quello di un’altrettanta comune
visione della democrazia fondata sull’intreccio tra una “democrazia governante”
all’interno della quale si agisce sulla base di una completa separatezza tra
governanti e governati (hanno impressionato le “distaccate” analisi sviluppate
dal prof. D’Alimonte al riguardo del vistosissimo calo nella partecipazione al
voto nelle elezioni amministrative) e la cosiddetta “democrazia del pubblico”
laddove cittadine e cittadini, magari via web, sono “consultati” su specifiche
questioni (mai collegate tra loro in una visione di progetto generale) e
chiamati, così, ad assistere a una sorta di “evento della politica”. Si
realizzerebbe, in questo modo, una sorta di cocktail micidiale tra le teorie di
Licio Gelli e quelle di Gian Roberto Casaleggio. Uno scenario inquietante, non c’è
che dire, almeno per i sinceri democratici;
2) Il secondo punto sul quale si verificherà la consistenza di questa
omogeneità di nuovo conio tra ex-centrodestra ed ex-centrosinistra sarà quello
della questione europea: e bene lo vedremo all’opera nella campagna elettorale
per il Parlamento Europeo, prevista per la primavera del 2014. Entrambi gli
schieramenti si troveranno nella condizione di sviluppare la competizione
elettorale attorno ad un punto in comune (poi gli accenti propagandistici
saranno diversi, figuriamoci): quello dell’appoggio indiscriminato a questa
Europa, a “queste” istituzioni europee, a “questa BCE”, a “questo” monetarismo,
a “questa” volontà capitalistica, che proprio a livello europeo sta
esprimendosi al meglio, di soffocamento economico e di repressione politica
delle grandi masse popolari. Si tratterà di un punto in comune di formidabili
proporzioni sul piano politico, il vero e proprio momento di suggello
dell’apertura di una nuova fase.
Dal nostro punto di vista la necessità di costruzione di un soggetto di
opposizione per l’alternativa appare urgente e ineludibile che va posta proprio
sul piano europeo in una dimensione assieme internazionalista e sovranazionale.
L’espressione concreta, per dirla con uno slogan riassuntivo magari un po’
usato ma sempre valido : un’altra Europa.
Per riuscire nel concreto a muoversi in questa direzione è obbligatorio
metterci al lavoro per costruire un’adeguata cultura politica: basata, però, su
di una “visione del mondo”, non sui dettagli di pur sacrosante specificità
rivendicative o territoriali.
Una sinistra d’alternativa e d’opposizione che sappia “volare alto” sia
rispetto all’espressione di una teoria del cambiamento, sia nella quotidianità
della lotta di difesa nella società e nella politica.
FUORI DAL MINORITARISMO: VOLARE ALTO, AGIRE NEL CONCRETO
I fenomeni determinanti nel mutamento della fase politica possono essere così
riassunti:
a) La crisi (nel senso classico di “krisis”) dello “Stato – Nazione” (il
filosofo tedesco Teubeuer scrive di “sistema aperto del nuovo mondo”);
b) La qualità nuova della situazione economico-finanziaria a livello globale e
i suoi specifici risvolti europei, dei quali vanno disvelati alcuni punti –
chiave (debito pubblico/ debito privato, ecc.)
c) L’evidenziarsi di un vero e proprio mutamento di paradigma nell’“agire
politico” con l’emergere di una sorta di ideologia della “politica tecnica”,
che trova in un “caso Italiano” di segno ben diverso da quello che eravamo
abituati storicamente a considerare, un rilevante punto di saldatura . Un
mutamento di paradigma che trova nell’omologazione culturale tra i diversi
soggetti presenti nel sistema politico italiano la sua espressione più coerente
nel “governo delle larghe intese” la cui prospettiva appare essere quella, al di
là delle forme concrete nelle quali si articolerà la contesa politica, della
costruzione di un regime “ a pensiero unico”. Per questo preciso motivo, la
nostra prospettiva deve essere quella della costruzione di un largo campo
dell’opposizione per l’alternativa per intervenire nella politica, nella
società, nel dibattito culturale, nelle istituzioni.
Si tratta di fenomeni interconnessi che hanno dato origine a quello che risulta
essere, dal nostro punto di vista, l’elemento centrale da affrontare nella fase:
Il recupero del nostro antico bagaglio, in un’idea di intreccio tra
rinnovamento e recupero.
Sotto quest’aspetto:
1) E’ necessario partire da noi, dalla nostra autonomia, dalla capacità di far
politica della sinistra comunista, in rapporto con i settori sociali, più
avanzati in Italia e in Europa;
2) Nella crisi che stiamo vivendo (della quale abbiamo enucleato i fenomeni
sopra accennati ai punti a,b,c) sta arrivando a compimento, infatti, un
gigantesco processo storico di integrazione di massa, nel segno della
“rivoluzione passiva”;
3) Per leggere questa crisi con gli occhiali giusti è necessario assumere tre
avvertimenti “profetici” che hanno avuto il torto di essere stati lanciati con
anticipo rispetto alle dinamiche della storia e aver cozzato “contro” l’impatto
fornito dal processo di “rivoluzione avvenuta” in URSS: Hilferding e la
finanziarizzazione dell’economia; Luxemburg socialismo e barbarie (un fenomeno
che vediamo svilupparsi impetuosamente nell’attualità, proprio sotto i nostri
occhi); Gramsci “americanismo e fordismo” (certo il fordismo è finito, ma è
rimasto in piedi il concetto devastante di asservimento al ciclo produttivo
nella forma di una nuova qualità di intreccio tra struttura e sovrastruttura”);
4) IL cuore dello scontro è ancora qui, nell’Occidente sviluppato, il cui
meccanismo di produzione è ancora regolato dai rapporti di classe e
dall’intreccio tra questi con lo sviluppo più avanzato delle contraddizioni
post-materialiste (platea degli sfruttati che si allarga fino a comprendere settori
dei produttori; i livelli di consumo acquisiti – qui sta il nodo dell’intreccio
appena citato – impediscono di pensare di poter far leva su di un avanzamento
della pauperizzazione che porterà, invece, a un ulteriore sfrangiamento e
all’emergere di nuove contraddizioni sociali sempre più complicate da regolare
(verrebbe alla mente il maoista “contraddizioni in seno al popolo”);
5) Dobbiamo uscire dal pantano della crisi attraverso la politica. L’Italia è
stata il luogo dove la presenza politica della sinistra comunista, attorno ai
temi fin qui sommariamente descritti, aveva raggiunto lo sviluppo più avanzato
sia sul piano teorico, sia su quello politico, rispetto soprattutto al
tentativo di inveramento statuale di fraintendimento del marxismo;
6) L’esperienza della sinistra comunista è stata chiusa inopinatamente, almeno
in Italia, proprio per il prevalere delle spinte all’integrazione di cui al
punto 2 e al cedimento strutturale alle forme dell’americanizzazione della
politica;
7) Dalla chiusura della storia della sinistra comunista in Italia sono usciti
soggetti dalla vocazione minoritaria del tutto interni al processo descritto ai
punti 2 e 6. Rifondazione Comunista, messa su in fretta e furia ragioni di
posizionamento elettorale senza alcuna continuità di orientamento e di
direzione politica con la sinistra del PCI che si era opposta alla liquidazione
del partito, ha compiuto un vero e proprio capolavoro di eutanasia con la
collocazione strumentalmente assunta di internità al “movimento” in occasione
del G8 di Genova nel 2001: eguale atteggiamento è stato tenuto, cercando di
conciliare il massimo della “autonomia del politico” (addirittura il governo) e
il massimo di “autonomia del sociale” ( i no-global) fino alle vicende dei
cosiddetti “beni comuni”. Inoltre sta realizzandosi la formazione di un
cartello “riformista” tra SeL e altre aree politiche (a partire dall’iniziativa
di “difesa della Costituzione” avviata da Rodotà e Landini), occhieggiando a
parti del M5S, con l’idea di recuperare il PD a una linea “diversa”: ipotesi,
come abbiamo già avuto occasione di dimostrare, del tutto analiticamente
errata.
8) In questo quadro è necessario riprendere i temi di fondo della nostra
elaborazione “storica” senza nessuna concessione di facciata a una presunta
“modernità”: serve una lettura adeguata dello stato di cose in atto, una
corretta analisi della crisi e delle prospettive del capitalismo (per fare un
riferimento storico, qualsivoglia ipotesi di carattere programmatico dovrebbe
partire da un dibattito del livello di quello svolto, proprio sul tema delle
tendenze del capitalismo, nel 1962 dall’Istituto Gramsci);
9) Debbono essere strettamente intrecciati due piani: la prospettiva di una
trasformazione radicale dell’esistente e la proposta di una società alternativa
e un programma politico raccolto attorno al tema del recupero, in Occidente,
dei termini di ragionamento per la costruzione di un’alternativa partendo, fin
dalle prossime elezioni europee, in una dimensione di collegamento
sovranazionale e internazionalista;
10) Su queste basi la costruzione di un nuovo soggetto politico, senza aver
paura di chiamarlo partito, da edificarsi, come è già stato richiamato,
attraverso una strategia di tipo “consiliare” senza concessioni al movimentismo
e comprendendo anche le ragioni, non meramente propagandistiche, di
rinnovamento del gruppo dirigente centrale e periferico e con un’idea precisa
di soggetto di acculturazione di massa e di creazione di un nuovo quadro
dirigente “diffuso”.
11) Fondamentale importanza avrà, nella costruzione di questa nuova
soggettività, lo schierarsi dalla parte di una certa idea del “far politica”
che coincida con quanto indicato dalla Costituzione Repubblicana: no al
presidenzialismo, centralità del Parlamento e degli altri consessi elettivi
anche a livello locale, spazio alla rappresentatività politica in intreccio e
non in subordine alla governabilità (ne consegue, anche se non compresa in
Costituzione, l’opzione per un sistema elettorale proporzionale);
12) L’incognita della legge elettorale rende difficile la valutazione dello
spazio politico effettivamente a disposizione, ma l’esigenza di una nuova
soggettività in questo quadro (l’arroccamento – disfacimento del PRC, e la
subalternità di SeL al PD, dopo il fallimento di ben due linee politiche in sei
mesi: SeL che rimane l’esempio più evidente di integrazione di un soggetto di
sinistra dentro il vortice dell’americanizzazione della politica, tra l’altro
malamente scimmiottata) appare comunque molto forte e i lavori dovrebbe
iniziare al più presto.
NELLA SOSTANZA DELLA PROPOSTA POLITICA:
1) Emerge, in Italia e fuori d’Italia, l’esigenza di lavorare sia sul terreno
teorico sia su quello immediatamente politico, per la ricostruzione di una
soggettività di sinistra comunista, anticapitalista e di opposizione per
l’alternativa collegata a precise istanze che derivano dalla nostra storia,
all’identificazione nell’attualità di precisi filoni culturali di riferimento,
alla progettazione di adeguate iniziative politiche sia al riguardo della struttura
del soggetto sia sul piano progettuale – programmatico. La qualità stessa della
gestione capitalistica della crisi (che abbiamo tante volte analizzata come
orientata nel senso complessivo della “ricollocazione di classe” ed espressione
di una “nuova repressione”) impone un discorso di questo tipo;
2) Un lavoro da impostare seguendo filoni ben precisi di orientamento proprio
sul piano teorico: partendo, ovviamente, dall’Italia perché qui siamo chiamati
ad agire. Ripropongo, quindi, l’utilizzo – per quanto possibile – il filone
della “sinistra comunista” italiana da Gramsci a Ingrao al sindacato dei
consigli al “Manifesto” (direi che l’arco temporale di riferimento può essere
identificato tra le Tesi di Lione del 1926 e la relazione di Magri ad Arco nel
1990). E’ evidente che, pur considerata tutta l’importanza dell’elaborazione
portata avanti dalla sinistra comunista in Italia (che qui è presa in
considerazione soprattutto per via della “capacità storica” di realizzare
un’autonomia non di facciata dall’imposizione sovietica) occorra – anche sul
piano dello studio – un collegamento con riferimenti internazionali posti sul
piano più alto nella storia del marxismo al di fuori dei filoni emersi dalla
Rivoluzione d’Ottobre: Luxemburg, Pannekoek e la sinistra socialdemocratica, in
particolare l’austromarxismo e l’elaborazione (torno in Italia) di Panzieri e
dei “Quaderni Rossi”. Senza cadere nel sociologismo della Scuola di Francoforte
(origine, a mio giudizio, della mancata “incidenza politica” del ’68) e tenendo
fermi due punti: il prevalere della tensione etico – politica sulla banalità
dell’economicismo e la capacità, sempre e comunque, di un’espressione piena di
“critica della modernità”. “Critica alla modernità” che deve essere espressa
anche rispetto all’utilizzo di massa dell’innovazione tecnologica che sta
verificandosi all’interno del filone del “consumismo individualistico” e
dell’isolamento soggettivo;
3) Il primo orizzonte da scrutare riguarda la visione internazionalista nella
lotta per la liberazione dei popoli. Senza offrire alcun modello (è questa la
differenza con la lotta anticoloniale della prima metà del ‘900 fino agli
anni’60 quando si compì la liberazione dell’Africa) è necessario mantenere
questo tipo di tensione internazionalista rispetto alle grandi lotte popolari
in atto, a tutte le latitudini, per l’affrancamento dalla gestione
capitalistica della crisi e la fuoriuscita dai meccanismi di vero e proprio
“soffocamento” della democrazia. Ognuno con le proprie specificità: senza
cadere, quindi, nell’errore del considerare il tutto “movimento dei movimenti”
e collocarsi acriticamente al loro livello (questo sì sarebbe semplicemente
adeguamento a una presunta “modernità”) e collocando a questo livello la lotta
al razzismo e il tema del rapporto con le masse di diseredati costretti a
lasciare il loro Paese per cercare altrove la possibilità di sopravvivere, sia
pure nelle forme estremamente precarie che il capitalismo offre allo scopo di
mantenere, assieme, sfruttamento e dominio culturale e politico;
4) Per quel che riguarda il “caso italiano” (dizione da rivalutare: in senso
opposto però al significato che aveva assunto tra gli anni’60 – ’70) sono
almeno tre i punti sui quali soffermarci prioritariamente: il primo riguarda
l’omologazione culturale tra le forze maggioritarie del sistema politico, sulla
base del quale si sta costruendo un vero e proprio “regime” (al contrario,
tanto per far un esempio spicciolo, di ciò che accadde all’epoca della
solidarietà nazionale e della linea della fermezza rispetto al terrorismo:
uscirne fu comunque un merito di Berlinguer che non può essere, nella critica
complessiva all’operato dell’area centrista del PCI, sottaciuto); il secondo
riguarda la degenerazione nella qualità della democrazia italiana, sia rispetto
al tema europeo (che va affrontato specificatamente come non faccio in
quest’occasione) sia rispetto alla logica della riduzione del rapporto tra
politica e società in nome dell’eccesso di domanda (presidenzialismo,
centralità del governo, legge elettorale: tanto per toccare i punti nevralgici
di questa strategia riassumibile, alla fine, nella logica espressa da JP Morgan
al riguardo della Costituzione e nella sostanziale indifferenza o malcelata
soddisfazione di tutti per la verticale espressione di disaffezione al voto. Il
terzo riguarda il deserto politico esistente nell’area della sinistra
alternativa. Ma movimentismo e rivendicazionismo che appaiono essere, alla
fine, l’altra faccia della medaglia ( o forse la complementarietà degli
elementi, davvero rozzi, che hanno portato al successo del movimento 5 stelle)
debbono essere affrontati con rigore sulla base di un’analisi delle nuove
dimensioni di classe e con la precisione dei riferimenti teorici e politici.
PER CONCLUDERE
Il solo punto di partenza possibile al fine di inquadrare questo obiettivo
risiede nell’espressione piena di un’identità dalla quale è possibile far
discendere una visione di egemonia politica.
La visione dell’egemonia che si intende qui richiamare, concludendo questo
lavoro, è interamente quella gramsciana: egemonia per Gramsci non è soltanto
forza mista a consenso, ma è la capacità di individuare le forme che devono
regolare i comportamenti delle diverse soggettività politiche a partire dalla
comprensione piena della loro funzione, delle loro caratteristiche morali,
delle loro capacità progettuali.
Una visione opposta a quella della politica intesa come potenza, che individua
la direzione che la classe operaia è in grado di esercitare sulla società.
Non sono parole vuote o antiche: rappresentano ancora oggi, nel senso
dell’indicazione di un filone, di una precisa direttrice di marcia,
l’intendimento al riguardo del quale è necessario muoverci, a partire
dall’opposizione a questa società per arrivare a trasformare davvero “lo stato
di cose presenti”.